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Rivista Impronte

Quando bastava poco per essere felici

immagine giancristofaro

Mia cara Antonia,

come vedi, questa volta ho scelto un modo insolito di rispondere alla tua ultima mail, scrivendo una lettera. È un modo per stare più a lungo con te … ed anche con me stessa. Mi aiuta a pensare meglio e a scegliere con maggior cura le parole che potrai tornare a toccare tutte le volte che vorrai o quando il tempo di una tua giornata non verrà del tutto asciugato dai soliti impegni e dalla piccola Matilde.

Mi fa piacere che tu abbia deciso di non vendere più la casa di campagna. La “vecchia signora”, come ti piace chiamarla, con le rughe sui muri e l’artrosi nei legni sconnessi, infagottata nella sua collina. Essenziale e schiva, sembra quasi dipinta su uno scenario di cartapesta, se si guarda il tuo paese dalla costa adriatica.  

Mi scrivi che lì hai trascorso i giorni felici della tua infanzia, in cui sentivi che ciò che avevi ti bastava. Tutto quello che facevi aveva senso solo in quell’istante ed il piacere che provavi era assoluto. Rinunciare a quel luogo ti farebbe sentire un’ingrata anche se, vivendo a Roma, ti risulta difficoltoso occupartene. Hai scelto di continuare a rimanere nel quartiere Prati, dove abbiamo vissuto durante gli anni dell’università, che di giorno si veste come una popolana e di sera indossa gli abiti più eleganti, dopo essersi spogliata della sua antica pianura. Ma a te le pianure conosciute nel tuo paese continuano a mancare, insieme a tutte quelle sensazioni che non riuscirai più a provare come quando eri piccola. Lo capisco bene, le ho vissute anch’io.

È triste pensare che quel nastro non si possa riavvolgere, come si fa con quelli dei vecchi film, per sfumare i contorni delle responsabilità più gravose e di quei cambiamenti che disorientano, facendoli scomparire in dissolvenza. Invece, abbiamo imparato a farcene carico perché io e te siamo delle combattenti, anche a dispetto di un corpo che sta cambiando, ponendo nuovi confini in cui reinventarci.

In te, da ragazza, ho sempre ammirato il vigore e la forza che hanno anche gli alberi, in quel tuo fisico dritto e nervoso. Ho sempre pensato a te come ad una quercia, solida e sicura. Il tuo stesso nome, Antonia, ha un suono deciso quando lo si pronuncia. Nel corso degli anni, come me, hai conosciuto una fragilità a cui ci si sente sempre impreparati ma che si può apprendere a custodire e a riconoscere come parte di un processo naturale che impone anche limiti e mancanze, difficili da accettare, ma che non escludono nuove ed imprevedibili conquiste.

Mi ha colpito molto ciò che mi hai scritto riguardo ad una tua giovane paziente che hai preso da poco in incarico. Durante una seduta ti ha detto che, qualche volta, le viene da piangere perché si sente infelice, consapevole che ciò che la riguarda non sta andando bene. Vorrebbe tornare ad essere una bambina, quando tutto era più facile e le “bastava poco per essere felice”. Questa frase ha colpito molto anche te, tanto che te la porti dietro ormai da giorni. È qualcosa che vedi anche in tua figlia, a cui basta poco per farla tornare a sorridere dopo un’esperienza spiacevole. L’ho notato anch’io con i miei nipoti che, spesso, riescono a passare dal pianto al riso con una tale velocità che ogni volta mi sorprende. Mi dici che ti piacerebbe tanto poterti riprendere questa parte e farti bastare poco per essere felice ma sai che non è così semplice. Tu stessa ritieni che, forse, non lo è perché ora manca quel senso di innocenza del bambino che non deve occuparsi di “tutto il resto”, di quello che c’è oltre la siepe … e ti chiedi se sarà questo che ci condanna a brevi momenti di felicità, a tanti momenti di dubbio e a risposte mai trovate.

Queste tue domande fanno tornare a respirare anche a me immagini della mia infanzia, trascorsa come te in campagna, dove l’innocenza era nella bellezza della natura che mi circondava. Non conoscevo ancora il dolore di ciò che mi sarebbe apparso innaturale ma solo le occupazioni che si susseguivano durante il corso delle stagioni, che potevano essere faticose o piacevoli, o entrambe le cose. Ricordo il correre senza uno scopo su terreni a gobbe o su lunghe discese, le arrampicate sugli alberi per scoprire cose già viste, le altalene appese ai rami di un ciliegio, gli odori della vita nei risvegli delle primavere che anticipavano i raccolti, i silenzi nei campi che davano forme ai pensieri, l’incanto delle lucciole che bucavano la durezza del buio, le figure abbozzate nella neve e lasciate morire al sole, le sorprendenti intuizioni degli animali e la luna catturata nel cavo dei pozzi.

Nelle ore che trascorrevo in solitudine e libertà mi facevo felice da me. Il piacere che provavo era fine a se stesso.

Ma, soprattutto, ricordo le attese dei racconti. Dense ed impazienti. Erano promesse fatte in un silenzio che avevo imparato a riconoscere negli sguardi di mia madre che, in quegli istanti, erano solo per me. Ascoltavo le storie senza farmele bastare e giocavo il tempo anche provando ad inventarne altre. Mondi magici dove niente sembrava impossibile e tutto era immaginabile. L’insperabile diventava destino, rivelando la vera natura di ciascuno di noi.

Ho avuto il privilegio di poterlo vivere quel tempo e trasformarlo in esperienza, senza tradire la mia natura. È questa la mia forza. La natura è femmina, come la mia nostalgia che racchiude in sé un potere vitale con cui scoprire e riscoprire ogni volta chi sono e cosa voglio.

Continuo ad incontrarmi nei silenzi, nelle solitudini, nelle metamorfosi, nelle scoperte, nel piacere del pensiero, nella protezione data dall’istinto e nelle storie conosciute nei libri, al cinema o in teatro. Insomma, nel sollievo che provo a sentirmi diversa. Ho sperimentato me stessa negli errori, ho tradito dei modelli, ho rotto delle tradizioni, ho rinunciato a dei desideri ed ho deluso delle aspettative. Nel mio percorso di psicoterapia sto imparando che anche questo è un modo per essere felici o, quanto meno, per non essere infelici. Durante le sedute provo una “diversa” solitudine, accolta con sapiente esperienza da chi, un giorno, mi concederà un’altra inevitabile nostalgia.

Sono riuscita ad evitare la messa in scena di una vita spesso richiesta alle donne, a cui molte non sanno sottrarsi. Ormai godo della libertà delle mie scelte senza sensi di colpa, assolvendomi in maniera naturale. La natura stessa, del resto, non giudica ed è in continuo mutamento …

Desidero salutarti con l’immagine di un sogno che ho fatto la notte dopo aver ricevuto la tua mail: ero venuta a farti una visita a sorpresa e mi ritrovai a percorrere da sola il sentiero di un bosco autunnale, illuminato da un sole tiepido e dolce che attraversava i rami degli alberi vestiti a nuovo dopo l’estate. I colori erano stupendi, dal bronzo al dorato, e la tua casa l’avrei trovata al termine del mio cammino. Il passo era sicuro e solitario, provocando un delicato scricchiolio di foglie secche, imbrunite ed immobili. Magari, una di queste notti, ci incontreremo alla fine di quel sentiero … ti aspetto.

Livia




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